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Il cinema non è mai stato “delle donne”. Per molti motivi. Tuttavia,

anche gli Stati Uniti che hanno avuto per decenni protagonisti gli uomini,

stanno già da tempo premiando con gli Oscar molte attrici formidabili

con una percentuale ormai non più minore rispetto ai colleghi. Tu pensi

che il cinema italiano premi le attrici e racconti le donne a sufficienza?

Credo proprio di sì. Penso a Jasmine Trinca, che personalmente considero

bravissima e che ha interpretato il ruolo da protagonista in “Fortunata”, a

Valeria Bruni Tedeschi che è stata premiata per “La Pazza Gioia” e la non cer-

to meno brava Micaela Ramazzotti. Qualcosa sta sicuramente cambiando.

Non dimentichiamoci che in Italia adesso abbiamo Nicola Guaglianone, lo

sceneggiatore del film di Edoardo De Angelis, “Indivisibili”, di “Lo chiama-

vano Jeeg Robot” e di quest’ultimo di Carlo, “Benedetta Follia” e anche di

serie televisive di successo come “Suburra”. In questi film le donne sono tutte

protagoniste e non in tono minore. Guaglianone ha una predisposizione

naturale per capire il mondo femminile, e quindi penso proprio che ci sia

lo spazio, ma anche il desiderio, di realizzare film che raccontino storie sulle

donne e con le donne.

Un regista di “ieri” che ha rappresentato meglio il nostro Paese?

Pasolini. È stato un precursore del Neorealismo nel cinema italiano e tanti

registi continuano ad ispirarsi a lui e a quel tipo di cinema. Credo sia stato

così anche per Mainetti. D’altronde, quel cinema

fatto di dramma e realtà non è mai stato abban-

donato. È una linea continua che prosegue in al-

cuni dei nostri film e quelli che funzionano, se ci

pensi, non sono quelli che raccontano tanto una

realtà, quanto quelli che ci portano sullo schermo

della verità. Se vado al cinema e vedo un film che

sento finto, non mi cattura e non mi convince.

E cosa c’è, se c’è qualcosa, che un regista di

oggi dovrebbe poter raccontare in modo diverso

o del tutto nuovo?

Voglio risponderti da spettatore: si lavora poco

di immaginazione. Credo che manchi un ingre-

diente fondamentale, la fantasia. Le commedie

italiane sono molto ripetitive, gli schemi del rac-

conto sono sempre gli stessi e penso che dopo un

po’ stufino. Un film per essere nuovo ed attraen-

te deve poter catturare l’attenzione, incuriosire,

magari fare riflettere e non per questo deve essere

necessariamente un film drammatico. Una storia

diversa è il primo passo da cui cominciare. La ca-

pacità di renderla fantasiosa è, a mio parere, un

percorso obbligato se vuoi fare la differenza.

Cosa vorresti per il tuo futuro da attrice?

Io sto già bene così. Non mi aspettavo nulla di

quanto è accaduto. Mi dicono che sono brava ma

per me è ancora tutto molto nuovo. Se continue-

rò su questa strada però, mi piacerebbe riuscire

ad esprimere ruoli sempre diversi e mescolare

racconti di vita vera con la forza dell’immagina-

zione. Questo significa crescere come attore, po-

ter sperimentare anche terreni sconosciuti. Ecco,

questo è un aspetto importante per me. Alcuni

addetti ai lavori non li capisco. Mi è capitato ad

esempio che mi dicessero che visto che sono ro-

mana, se recito nel mio dialetto esprimo meglio

me stessa. Questo è un po’ assurdo. Quindi ne

deduco che tutti gli attori romani dovrebbero in-

terpretare solo ruoli in cui il loro personaggio è

di Roma. Direi un po’ limitante. L’identità di una

persona è molto più profonda e va al di là della

professione, ben oltre una lingua e un dialetto. Lo

stesso vale per un attore. Come si può confinare

l’espressione di un ruolo al luogo di nascita.

Poca fantasia?

Grazie Ilenia. Ci vediamo al cinema.

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