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SETTEMBRE

2018 |

PLUS MAGAZINE

successo e per il quale hanno

collaborato alcuni degli artisti che

suonano in “Que Bom”. Perché il Brasile?

Non ci sono motivazioni particolari. Da ra-

gazzo suonavo la Bossanova, l’ascoltavo, la

seguivo. Mi piaceva moltissimo la musica di

Caetano Veloso, che ho sempre considera-

to un maestro. Poi ho cominciato a suonare

con musicisti brasiliani che ho incontrato

durante i miei viaggi in Brasile. È una musi-

ca che riconosco. Del cuore.

Nel 2017 hai pubblicato “Mediterraneo”,

un live registrato dal concerto eseguito

nella Berliner Philarmonie insieme ai

componenti del Danish Trio, oltre che

ai quattordici musicisti della

Filarmonica di Berlino.

In quel concerto ha rivisitato brani dei

grandi classici come Puccini e Rossini,

fino a Paolo Conte ed Ennio Morricone.

Altrettanto conosciute le collaborazioni

con artisti pop: Irene Grandi, Daniele

Silvestri, Fabio Concato, Claudio Baglioni.

È una contaminazione voluta quella

di suonare jazz, classica, pop?

Ti rispondo semplicemente dicendoti che

ci sono due tipi di musica: quella bella e

quella brutta. Ame ovviamente piace quel-

la bella. Ma è tutta la musica ad essere in-

clusa nella buona musica e non in un solo

genere. Faccio sempre quello che mi piace

veramente, e gli artisti con i quali collaboro

sono tutti musicisti che mi piacciono e che

fanno buona musica. Da questo si capisce

anche quali siano i miei gusti musicali.

Non ho mai avuto l’intenzione o la presun-

zione di aprire, attraverso il jazz, una porta

alla musica classica o viceversa. Né tanto

meno ho mai programmato dei percorsi

musicali alternativi. È un percorso naturale.

Senza programmazioni.

Com’è cambiato il jazz americano degli

anni Trenta, Quaranta e Cinquanta

da quello di oggi, anche rispetto al jazz

europeo ed italiano?

È un discorso piuttosto lungo. Diciamo che

esistono molte diramazioni della musica

jazz nel mondo. Negli anni Cinquanta è

stato fatto un albero genealogico del jazz

negli Stati Uniti, mentre uno più recente, ri-

porta anche quello prodotto in Europa. Ma

la selezione è violentissima. Sono pochissi-

mi, rispetto al numero effettivo di musicisti,

quelli che vengono ricondotti a questa sor-

ta di genealogia della musica jazz.

Direi che è difficile pensare ad un Movi-

mento unico. Le direzioni sono numerose.

STEFANO BOLLANI