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13

DICEMBRE

2018 |

PLUS MAGAZINE

dicono che leggere Schiavone e vedere la

faccia di Giallini è un tutt’uno… il problema

è che anche Marco ora pensa di essere un

vice questore. A parte le battute, Schiavone

è un uomo di strada, non molto diverso dai

vice questori veri, quelli che sono nei com-

missariati di polizia e che conosco anche io.

Ed io l’ho chiesto, ad alcuni di loro, quanto

possa essere Rocco vicino alla realtà.

Le reazioni mi sono sembrate genuine, cre-

do corrisponda abbastanza, con tutte le

diversità del caso date da una narrazione,

ovviamente. Poi sicuramente a qualcuno

non piacerà, non tutti gli agenti di polizia

possono sentirsi in empatia con Schiavone”

.

Infatti Rocco è così: un personaggio un po’ al

limite, fuori dalle regole, quasi criminoso in

alcuni momenti, ma capace di riconoscere e

cercare quella purezza che lo rende un per-

sonaggio poetico, quasi un eroe romantico

dei nostri giorni. Ed il suo successo nasce da

questa sua evoluzione empatica, dalla sua

solitudine che dovrà abbandonare in virtù di

improvvise relazioni umane, condita da un

desiderio profondo di costruire una famiglia

che lo salvi da tutto quel gelo, perfettamen-

te rappresentato dai totem definiti da Anto-

nioManzini e daAosta, una città freddissima.

“Aosta è come Schiavone: è respingente, ge-

lida e con una luce che non certo aiuta

- ag-

giunge -

ma poi la conosci e poco a poco ne

scopri le bellezze e luoghi di assoluta mera-

viglia. Il protagonista è così: si trasferisce da

Roma quasi fosse in esilio, lascia una città

caotica ma piena, calda e con temperature

ben più miti di quelle di una minuscola cit-

tadina del nord. Eppure ad un certo punto

capirà che Roma non c’è più, che è diventa-

ta un fantasma, che lì non c’è più nulla che

lo aspetta e si dovrà trasformare egli stesso

in Aosta. E farà degli incontri improvvisi

- ci

anticipa -

Gabriele, ad esempio, un giova-

ne suo vicino di casa. E tutti i suoi fantasmi:

la moglie morta, le canne, la depressione, i

suoi totem insomma, dovranno fare i conti

con persone vere, con relazioni umane, con

affetti reali”.

L’ultima opera di Manzini, “Fate il Vostro Gio-

co” rischia di essere un ennesimo fenomeno

editoriale, anche se questa è una di quelle

definizioni che a Manzini non piacciono un

gran che. Teatro del giallo è il casinò di Saint

Vincent e tutti i suoi protagonisti.

Un’umanità malata, schiava

della propria dipendenza,

triste e desolata che si

ritrova in un luogo che,

in verità, è quasi privo di vita.

È buffo perché Saint Vincent

è un casinò in perdita che però

vince perché sfrutta la malattia

di un’umanità afflitta dal gioco. E

questo è grave

- afferma Manzi-

ni -

lo Stato non condanna il gio-

co, dal casinò al semplice gratta

e vinci, e permette che migliaia di

persone si giochino stipendi interi e

pensioni, salvo però condannare la

prostituzione e l’uso di droghe. Ma

non è ugualmente grave?

Anzi il sesso fa sicuramente meno male.

Racconto di questo

- prosegue -

una di-

mensione malata e che ho osservato io

stesso da vicino: ci sono stato una notte in-

tera a Saint Vincent, e ho guardato.

Ho controllato se arrivassero i presta soldi,

che sono puntualmente arrivati la mattina

e ho visto chi giocava. Ho scoperto che ci

sono centinaia di cinesi che vengono messi

sui pullman da Milano e riportati a casa.

Poi ci vanno i francesi, pochi italiani e molti

russi. Un posto pieno di solitudine, che non

è certo pieno di conti russi che si tolgono la

vita perché hanno perso al gioco, o duches-

se bulgare disperate. Al massimo c’è il mec-

canico di provincia che si suicida.

E questo non va bene. Il conte russo è un

discorso, ma un povero cristo di meccanico

non può togliersi la vita con uno Stato che

resta fermo a guardare”.

ANTONIO MANZINI