52 IN QUESTO NUMERO ANTONIO BANDERAS ATTORE PER CASO GIORGIO ROCCA VENT’ANNI DOPO TORINO 2006 GIUSEPPE GIACOBAZZI E LA SUA OSTERIA TECNOFUTURO NATIVI DIGITALI UNA GENERAZIONE DA PROTEGGERE OMAR GHAFFARI LO CHEF CHE RENDE IL PESCATO PROTAGONISTA ORIZZONTI MICROROBOT E SALUTE Il successo? Anche merito del destino Maria Grazia Cucinotta CONVENZIONI NAZIONALI: DA PAGINA 70 Supplemento a La voce dei Bancari Periodico trimestrale per la cultura e il tempo libero Numero LII - Marzo 2026
Copertina Maria Grazia Cucinotta. Il successo? Anche merito del destino Protagonisti Antonio Banderas, attore per caso Protagonisti Giorgio Rocca, vent’anni dopo Torino 2006 Protagonisti Giuseppe Giacobazzi e la sua Osteria Tecnofuturo Nativi digitali, una generazione da proteggere Ospiti A colazione con… Alessandro De Rienzo Protagonisti Omar Ghaffari: dall’Italia a Londra, lo chef che rende il pescato protagonista Orizzonti Microrobot e salute: quando scienza e robotica ci aiutano davvero Aziende Educazione finanziaria: una questione sociale Protagonisti A.Fa.D.O.C. aps: Associazione Famiglie Deficit Ormone della Crescita ed altre patologie rare Protagonisti Federica Onelli: un’autrice del mondo della diplomazia Comunicazione e immagine Lo spazio nella mente e il compromesso Approfondimenti Montagne di fuoco: il respiro della terra Eventi Grand Prix 2026: sotto la Mole la grande scherma mondiale Intrattenimento Gardaland Resort: una stagione ad alta intensità di esperienze per tutte le età Moda Appunti di moda a cura di Barbara Odetto Recensioni Serie TV Cinema Libri Mostre Teatro Musica Concerti Fumetti Mappamondo Isole Canarie: l’arcipelago dove l’inverno va in vacanza Convenzioni nazionali 2 6 10 14 18 22 24 28 30 32 34 38 40 44 48 50 56 57 58 59 60 61 62 63 64 70 Sommario 52 PLUS MAGAZINE 52 Supplemento a “La voce dei Bancari” Periodico trimestrale per la cultura e il tempo libero Redazione e Amministrazione Via Guarini, 4 - 10123 Torino - Tel. 011 5611153 www.associatiallafabi.it Direttore Responsabile Paolo Panerai Direttore Editoriale Paola Gomiero Segreteria di Redazione Chiara Attolico, Milena Lagnese Photo Editor Alessandro Lercara Relazioni esterne Daniele Tancorra Hanno collaborato a questo numero: Dorota Aruga, Mauro Bossola, Loris Brizio, Silvia Catalucci, Pietro Gentile, Rachele Leo, Barbara Odetto, Barbara Oggero, Alessia Roeta, Mariangela Salvalaggio, Vincenzo Scaringella, Emanuela Truzzi, Giancarlo Vidotto. Fotografie Archivio Stock Adobe, Archivio Stilisti, image courtesy Trendfortrend, images selected on Mytheresa e Luisa Via Roma, Pedro J Pacheco - Wikimedia Commons (Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license), White Press Office. Foto di copertina: Matteo Chinellato/Alamy Live News Pubblicità Nova Labor Servizi srl Via Guarini, 4 - 10123 Torino - Tel. 011 5611153 Progetto Grafico M.C.Grafica Torino / Art Director Marco Clava Su www.plusmagazine.news è possibile trovare il meglio di Plus Magazine in formato digitale. La redazione non si assume alcuna responsabilità per notizie, foto, marchi, slogan utilizzati dagli inserzionisti. Il materiale inviato non viene restituito. È vietato e perseguibile civilmente e penalmente, ai sensi della legge sul diritto d'autore, ogni forma di riproduzione dei contenuti di questa rivista, compresi gli spazi pubblicitari, senza autorizzazione scritta dell'editore.
1 PLUS MAGAZINE | MARZO 2026 EDITORIALE Ogni quattro anni, quasi senza accorgercene, il mondo rallenta. E ci ritroviamo davanti a una discesa innevata, a una pista di ghiaccio, a un salto che dura pochi secondi: sono le Olimpiadi Invernali. Tornano sempre così, senza il clamore della versione estiva, ma ricordandoci che per arrivare al traguardo servono tempo, fatica e pazienza. In un’epoca in cui siamo abituati ad avere tutto subito, le Olimpiadi raccontano un’altra storia. Parlano del tempo che non si vede, di anni passati ad allenarsi lontano dalle luci, di mattine che iniziano quando fuori è ancora buio e di sacrifici che non finiscono nei video. Poi, all’improvviso, tutto si concentra in pochi giorni e quello che succede in gara, non si può correggere o rifare. Forse è anche per questo che, per un paio di settimane, ci soffermiamo a guardare sport che di solito ignoriamo, facciamo un tifo sfrenato per atleti di cui non conoscevamo nemmeno il nome fino al giorno prima. Le Olimpiadi Invernali creano una pausa condivisa, un tempo sospeso dentro alle nostre giornate sempre piene. Quando questo numero uscirà, però, sarà già tutto finito, le gare, le medaglie, le dirette continue saranno terminate e rimarranno poche immagini e molto silenzio. Gli atleti torneranno alla loro vita di sempre, spesso più semplice e ordinaria di quanto immaginiamo ed è proprio lì, quando l’attenzione si sposta altrove, che le Olimpiadi mostrano il loro lato più vero. Non parlano solo di vittorie, parlano anche di limiti, di anni dedicati a qualcosa senza sapere quale sarà il risultato, di accettare che l’impegno non dia l’esito sperato e anche se si arriva al proprio meglio, spesso può non bastare, perché altri sono andati oltre. È una lezione rara, in un mondo che ci chiede di riuscire sempre e subito e di mostrarlo a tutti. Una lezione di partecipazione e condivisione. Proprio per questo, nelle pagine che seguono, abbiamo scelto di ascoltare chi quel tempo lo ha vissuto davvero. Nell’intervista a Giorgio Rocca (ex slalomista vincitore di 11 gare di coppa del Mondo, una Coppa del Mondo di specialità e di tre medaglie iridate) a pagina 10, le Olimpiadi si trasformano in un racconto personale, fatto di ricordi e di tanti momenti emozionanti. Non il risultato in sé, ma ciò che resta quando le gare finiscono e si torna sulla propria strada. Forse è questo che resta, quando le luci si spengono: l’idea che il tempo che impieghiamo a raggiungere un obiettivo, abbia un valore in sé. Che non tutto accada all’improvviso ma che spesso vada preparato con cura, e che alcuni momenti, anche se brevi, abbiano un valore proprio perché arrivano dopo una lunga attesa. A tutti buona lettura! di Paola Gomiero (direttrice FABI Plus) Il tempo che le Olimpiadi ci insegnano
2 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE Il cinema è stato amore a prima vista o avevi altri progetti? Recitare era un sogno che non avrei mai sperato di poter esaudire. Essendo alta e magra volevo fare la modella, ma non avevo calcolato il seno abbondante per cui, arrivata a Milano, sono stata scartata. Ho però partecipato al provino per “Indietro tutta!” e ho iniziato a lavorare in televisione con Renzo Arbore. Successivamente sono arrivati tanti spot pubblicitari, anche con registi importanti come Ridley Scott. La pubblicità è stata una vera scuola di recitazione perché in pochi secondi dovevo trasmettere un concetto. Nella mia carriera tutto è nato per caso. Da “Il postino” con Massimo Troisi al celebre 007 “Il mondo non basta” accanto a Pierce Brosnan, passando per “I laureati” di Leonardo Pieraccioni, Maria Grazia Cucinotta ha una carriera stellare come attrice per il cinema e la televisione, che l’ha vista affermarsi con successo anche nei ruoli di produttrice e regista. Fermamente convinta che il successo non sia tutto, è legata ai suoi affetti più cari e non dimentica chi soffre. Per questo collabora da anni con una fondazione che aiuta le persone in difficoltà. di Barbara Odetto COPERTINA Lei sostiene che il fato abbia giocato un ruolo importante nella sua carriera, ma sicuramente la professionalità e il talento sono stati altrettanto importanti. Il risultato? Da oltre 30 anni Maria Grazia Cucinotta è un’attrice amata tanto in Italia quanto all’estero. Il successo? Anche merito del destino Maria Grazia Cucinotta Credit photo Matteo Chinellato/Alamy Live News
3 PLUS MAGAZINE | MARZO 2026 Non ho mai cercato, ma le proposte arrivavano. Sono convinta che nella vita il destino conti. È vero che gli uomini della tua famiglia hanno una tradizione come postini? Anche il film con Massimo Troisi sembra essere arrivato per volontà del destino. Pensa che all’inizio, sul set, avevo tenuto nascosto questo particolare. Mia madre ha conosciuto mio padre proprio perché le portava la posta e si è innamorata di quel bell’uomo con la divisa. Un tempo i postini connettevano le persone. Erano - e sono - portatori di parole. A proposito di famiglia, che ruolo ha avuto nella tua vita professionale e privata? Per me è un rifugio, il mio posto sicuro. Quando lasci la casa dei genitori sei sola. Mamma ha sacrificato la sua vita per noi quattro figli, ma anche io, come madre e moglie, ho lavorato sul concetto di unione. Nonostante il mio lavoro mi abbia portata spesso lontano, ho sempre fatto in modo di esserci per i miei amori. Giulia è figlia unica, ma quando era piccola casa nostra era piena di amici, un punto fermo fondamentale. Dalla Sicilia a Hollywood, la tua carriera è costellata di successi. Un momento che ricordi con emozione? Le cinque nomination agli Oscar per “Il postino”. Durante l’attesa mi sentivo quasi estraniata dal corpo tanto ero agitata. Sono arrivata a Los Angeles senza sapere una parola di inglese. Per un mese ho studiato 12 ore al giorno e dopo ero più confusa di prima. Ho lavorato in un paese dove il cinema è un’industria e la meritocrazia è all’ordine del giorno. Sono rientrata in Italia perché volevo che mia figlia crescesse qui, ma dal punto di vista lavorativo penso che all’estero sia più facile emergere. Nel 2025 ti abbiamo vista in due commedie: “Poveri noi” ed “Esprimi un desiderio”. Divertita? “Poveri noi” è il secondo lavoro che faccio con Francesco Maria Cortese, che è un regista che adoro perché racconta le verità. Nel primo film, “Il meglio di te”, la protagonista perdona il suo ex marito solo quando lui la chiama per dirle che sta morendo. MARIA GRAZIA CUCINOTTA Questo film mi ha fatto molto riflettere perché io, nella vita, taglio. “Poveri noi” parla invece della difficoltà di cadere e risalire, ma anche di chi va troppo in alto e pensa solo al successo e al denaro dimenticando i sentimenti veri. “Esprimi un desiderio”, diretto da Volfango De Biasi, è una bellissima pellicola che parla di terza età. Siamo un popolo vecchio e anche se oggi è di moda discutere della longevity, in realtà non ci sono strutture per accogliere le persone anziane con dignità. In generale, c'è un ruolo che avresti voluto interpretare e che non ti è ancora stato proposto? Ho lavorato tanto, ma mi affascinano le storie e cerco quelle che mi emozionano. Ho fatto la regia di alcuni cortometraggi e continuerò perché ci sono temi nascosti ai quali voglio dare voce. Verso la metà di quest’anno usciranno, infatti, un corto sull’alimentazione e uno sulla depressione. La locandina e una scena del film “Il Postino” (1994) con Maria Grazia Cucinotta insieme a Massimo Troisi
4 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE Un grande onore. L’Italia è un paese meraviglioso che ha arricchito il mondo e che da sempre è un esempio di lusso e creatività. Qui c’è il saper fare degli artigiani che si tramanda da secoli e che fa del made in Italy un simbolo di qualità ed eccellenza. Sul nostro territorio ci sono più di 50 siti UNESCO, un primato mondiale, e ci sono una grande varietà di alimenti che fanno della cucina italiana un’eccellenza. Ti occupi anche di beneficenza. Ce ne puoi parlare? Ci tengo a presentare la Fondazione Artemisia, un centro che tutela i più deboli - siano essi uomini, donne o bambini - offrendo servizi sanitari gratuiti, assistenza, consulenza, formazione ed educazione. Purtroppo, sempre più spesso, qui arrivano donne vittime di violenza che hanno paura del partner. Il Presidente, Mariastella Giorlandino, è una persona generosa che aiuta chi non ha possibilità economiche. Sono stata tra le prime a sostenerla perché queste sono vite, ma molti lo dimenticano. Io per me stessa non chiedo quasi mai nulla, ma per chi sta male mi attivo con tutto il cuore. Quanto è importante, per noi donne, fare rete? Devo ringraziare mia madre, che ha 96 anni, perché mi ha insegnato ad amare le cose belle e ad ammirare le persone senza mai invidiarle. Mi piace aiutare le amiche a truccarsi e a vestirsi nei loro momenti down perché la bellezza è una coccola. Parlo di buon gusto, estetica, empatia: questa per me è la bellezza. Siamo tutti pezzi unici e irripetibili, ma a volte lo dimentichiamo. Secondo te, oggi, è cambiato il mondo del cinema? Tantissimo. Chi è del settore si lamenta che il pubblico non va più al cinema e ritiene che la colpa sia delle piattaforme. Io invece credo che la gente abbia bisogno di ridere e di pensare, che sia stanca della violenza. Anche in televisione ci sono tante serie dove dominano l’arroganza e la cattiveria. Secondo me dovrebbero esserci più film che raccontano i buoni sentimenti e le vite esemplari. Pensi che per un’attrice i social siano uno strumento utile? Sicuramente offrono la possibilità a tutti di farsi conoscere nel mondo e in questo senso sono una vetrina importante. Però, se usati male, possono diventare una trappola mortale. Tu hai sempre avuto un ottimo gusto in fatto di moda e collabori con Simona Politi, che si occupa di product placement. Cosa rappresenta per te il mondo del fashion? Simona è una professionista seria che conosce i miei gusti. Io amo la moda perché amo il bello. Per 25 anni Giorgio Armani si è preso cura del mio look e mi ha insegnato l’importanza dell’eleganza, dell’apparire senza ostentazione. Lui mi ha presa per mano, mi ha accompagnata in giro per il mondo e mi ha insegnato che la professionalità ti porta lontano. Per me è stato un grande maestro di vita. Con lui e la sua famiglia ho costruito una vera amicizia. Sei stata scelta come testimonial per la candidatura di Tarquinia a Capitale italiana della cultura 2028. Un onore? COPERTINA Il logo della Fondazione Artemisia A fianco Maria Grazia Cucinotta insieme alla Presidente Mariastella Giorlandino
6 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE di Barbara Odetto Oscar, Golden Globe, Festival di Cannes e molti altri. Non c’è un premio cinematografico che non lo abbia visto tra i candidati. Eppure lui, Antonio Banderas, è approdato alla settima arte casualmente, grazie ad un certo Pedro Almodóvar. Considerato il simbolo del cinema latino nel mondo, Antonio Banderas è anche un regista e un produttore cinematografico di alto livello. Dagli esordi nel 1982 ad oggi, sono tantissime le pellicole che lo hanno consacrato sul grande schermo: da “Légami!”, per la regia di Pedro Almodóvar che lo ha scoperto e reso famoso, a “La casa degli spiriti” di Bille August passando per “Indiana Jones e il quadrante del destino” di James Mangold. Diviso tra Hollywood e la Spagna, da anni ha scelto il paese natale dove vive la sua grande passione: il teatro. Nel cassetto, però, c’è una sceneggiatura che potrebbe dirigere come regista così come c’è un film che sta girando e che vedremo prossimamente sul grande schermo. Nel novembre dello scorso anno Banderas è stato l’ospite d’onore della 43ª edizione del Torino Film Festival dove ha ricevuto il premio Stella della Mole per la carriera, che gli è stato consegnato da Spike Lee durante la cerimonia d’apertura. In quell’occasione l’attore si è raccontato alla stampa. Ripercorriamo brevemente la sua vita professionale? Il cinema è arrivato per caso grazie a Pedro Almodóvar che mi ha voluto nel film “Labirinto di passioni”. Era il 1982 e la nostra attore per caso PROTAGONISTI Antonio Banderas Credit photo Pedro J Pacheco - Wikimedia Commons Antonio Banderas sul tappeto rosso dei Premi Goya tenutisi a Granada nel 2025
7 PLUS MAGAZINE | MARZO 2026 ANTONIO BANDERAS collaborazione è andata così bene che ho recitato in molte sue pellicole, tra le quali “Matador”, “La legge del desiderio” e il celebre “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” che nel 1989 ha ottenuto la candidatura agli Oscar, al Golden Globe e al British Academy Film Award come miglior film straniero. Al Festival di Cannes del 2020, invece, con “Dolor y gloria” ho ricevuto il premio per la migliore interpretazione maschile. Pedro mi ha insegnato molto sulla libertà e sulla vita e gli sono davvero grato. Anche Hollywood mi ha regalato tante soddisfazioni e ricordo con piacere film come “Intervista col vampiro”, “Philadelphia”, “Evita”, “La maschera di Zorro”, il sequel “The Legend of Zorro”, “C’era una volta in Messico” e la saga di “Spy Kids”. Mi sono anche divertito parecchio a doppiare il Gatto con gli stivali in “Shrek”. Con Pedro Almodóvar siete amici da decenni. Cosa pensa di lui? Ci siamo incontrati in un periodo in cui in Spagna c’era un grande fermento artistico. Era terminata la dittatura e tutti volevamo colore, allegria, movida. Come ho detto, sono capitato quasi accidentalmente in questo contesto creativo che però per me è stato fondamentale perché ho imparato a non aver paura di niente e a conquistare la mia libertà. Provengo da una famiglia molto strutturata e, grazie a Pedro, ho saputo modificare la mia mentalità. Ovviamente negli anni siamo cambiati e oggi lui è un uomo introspettivo e profondo che ammiro sempre tantissimo. Dopo l’infarto, per due anni è stato lontano dal set. Quando ha deciso di riprendere a recitare? Quelli sono stati anni difficili. Ero spaventato e ho voluto tornare a vivere in Spagna per concentrarmi su mia figlia Stella e sulla mia famiglia. È stato Pedro a convincermi a ricominciare a lavorare. Mi ha proposto la sceneggiatura di “Dolor y gloria” e me ne sono innamorato. È stato un film importante e introspettivo per entrambi. Almodóvar, con quella pellicola, ha raccontato il rapporto con sua madre e con i suoi famigliari, ha reso pubblici sentimenti molto profondi che ha custodito gelosamente per tanti anni. Lei è di origine spagnola e vive tra la Spagna e gli Stati Uniti. Quanto giudica importante le radici? Sono molto legato alle mie origini perché hanno fatto di me quello che sono, come uomo e come artista.
8 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE Hollywood cosa rappresenta per Antonio Banderas? In realtà non vivo molto quell’ambiente. Preferisco stare nel mio mondo, e ancora di più vivere in Spagna, anche se gli Stati Uniti hanno contribuito a far decollare la mia carriera. Mentre in Europa fare cinema è più artigianale, direi sartoriale, e l’aspetto artistico è tenuto in grande considerazione, in America i film sono un’industria vera e propria. Ricordo i miei esordi hollywoodiani con divertimento. In “Intervista col vampiro”, dove recitavo con Brad Pitt e Tom Cruise, indossavo dei denti aguzzi e mi morsicavo continuamente la lingua. In pratica non riuscivo a pronunciare le parole. Già il mio inglese non era eccellente, e infatti prendevo lezioni, in più avevo problemi a parlare… insomma, è stato complicato e ho dovuto doppiare i dialoghi, anche se alla fine non è andata male. Al Torino Film Festival ha ricevuto il premio Stella della Mole per la carriera. Cosa pensa di questo riconoscimento? Sono molto lusingato. Un premio è sempre un momento stimolante perché è la dimostrazione che il lavoro fatto è arrivato al pubblico e alla critica e questo, ovviamente, mi fa piacere. Ricevere la Stella della Mole da Spike Lee, poi, è stato fantastico. È un regista che stimo da sempre per la sua capacità di essere indipendente. Lui fa i film che vuole fare e nelle sue opere racconta ciò che gli interessa, senza paura o compromessi. Che rapporto ha con l’Italia? Mi piace tantissimo. La prima volta che sono venuto nel vostro Paese è stato nel 1985, alla Mostra del Cinema di Venezia, grazie al film “Requiem per un contadino spagnolo”. Da voi il cinema ha un ruolo importante e avete attori, attrici e registi di alto livello. È molto attento ai temi sociali. Cosa pensa degli scenari internazionali attuali? Secondo me, purtroppo, viviamo in un mondo costellato da ingiustizie dove verità e menzogna si scontrano. Gli scenari di guerra ci dimostrano quante persone soffrono quotidianamente per una lotta che le coinvolge e che spesso non sentono loro. Anche la tecnologia, benché importante, può essere fonte di problemi perché può creare immagini che vanno a ledere la vita di qualcuno. La sua prossima pellicola? Sto girando “Tony”, un biopic sugli anni giovanili dello chef Anthony Bourdain, dove interpreto un cuoco brasiliano che gli fa da mentore. Per entrare al meglio nella parte ho anche imparato a pulire il pesce. L’ho fatto per ore, finché non sono stato credibile. È vero che il teatro è il suo grande amore? Lo adoro. Al mattino mi sveglio presto, vado in sala, e mi sento davvero felice. Quindi non la rivedremo più alla regia, come è successo con la commedia “Crazy in Alabama”? In realtà ho un progetto. Vorrei raccontare la storia vera di una ragazza che in Spagna è stata accusata ingiustamente dell’omicidio di un’altra. È stata in carcere per tre anni ed è stata liberata solo dopo che un altro assassinio l’ha scagionata. Lei è stata vittima di una terribile ingiustizia. Oltre a dover affrontare il dolore del carcere, questa ragazza è stata presa di mira da tutti e i media l’hanno massacrata. PROTAGONISTI
10 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE PROTAGONISTI vent’anni dopo Torino 2006 Giorgio Rocca di Rachele Leo A 50 anni l’ex slalomista azzurro si gode la sua seconda vita in mezzo alle sue amate montagne come Ambassador delle Olimpiadi di Milano Cortina. Imprenditore di successo, padre di quattro figli e una vita a tutta velocità, Giorgio Rocca si dedica oggi a progetti legati al turismo e alla sua Ski Academy, società con cui organizza attività outdoor non solo per lo sci: dalla slitta con i cani alle ciaspolate, fino alla bici chiodata. Attività per grandi, piccini, e vip come Michelle Hunziker e Maria De Filippi, a cui ha dato lezioni di sci. Il vincitore di 11 gare di Coppa del Mondo vive a Livigno, che durante i Giochi di Milano ha ospitato le competizioni di snowboard e sci acrobatico. Un altro grande evento che ha vissuto da protagonista, prima da tedoforo e poi da commentatore sportivo. Sullo sfondo del 2026, per l’ex sciatore ricorre un anniversario che ha un sapore dolce-amaro: sono i venti anni dall’appuntamento a cinque cerchi di Torino. L’ex slalomista azzurro alla cerimonia di apertura dei XX Giochi del 2006 pronunciò il giuramento a nome di tutti gli atleti partecipanti. Nei suoi ricordi tanti momenti emozionanti, anche se mancò la zampata vincente.
11 PLUS MAGAZINE | MARZO 2026 GIORGIO ROCCA Era la tua Olimpiade, quella di Torino 2006, ci arrivavi tra i favoriti. Era tutto perfetto, la pista era bella e io sapevo benissimo cosa fare. Ero convinto di poter andare a medaglia. Purtroppo, ho spinto troppo in un punto dove la neve era più morbida e sono andato giù in un modo insolito. Con la mente ho rivissuto molte volte quel momento, il più bello e il più brutto della mia carriera. Ho comunque un bellissimo ricordo umano: ero nel mio miglior momento di carriera e tutto sommato era normale che tutti si aspettassero che facessi un buon risultato. Invece non andò così, il più bel ricordo sotto il profilo umano, il peggiore come sportivo. Cosa ricordi di quell’arrivo? L’abbraccio che mi ha dato Tomba, che è valso più di ogni altra parola. Alberto era il mio idolo negli anni Novanta e la passione che ho per questo sport la devo a lui. Siamo stati in silenzio, senza parlare, l’emozione era tanta. Quanto manca quella medaglia con il buco in mezzo? Tantissimo, anche perché il pubblico italiano è difficile da conquistare: solo se vinci in modo continuativo riesci ad appassionarlo e poi, quando lo hai conquistato, si ricorda di te anche nella sconfitta. In te rimane però l’amarezza e devi trovare la forza per venirne fuori. Io ci ho provato andando a Vancouver: volevo rifare un’altra Olimpiade, ma mi sono fatto di nuovo male al ginocchio. Lì ho rosicato un po’: mi sono dovuto accontentare di commentare la vittoria di Razzoli, con cui sono molto amico, che a Torino 2006 faceva l’apripista. Prima di Vancouver, mi ero fatto di nuovo male, però ero tornato in pista e piccole soddisfazioni me le ero ancora tolte. Da qui nasce “Slalom. Vittorie e sconfitte tra le curve della mia vita”, il libro dove racconti cosa è accaduto dopo quel momento. Nel libro scrivo di quanto sia importante imparare a perdere e che questo va insegnato ai nostri figli. Se affronti la sconfitta e da questa sai trarre delle motivazioni e usare questa esperienza negativa per essere una persona migliore domani, questo è un grandissimo traguardo, soprattutto per un atleta a fine carriera che si trova nel momento più difficile. Per chi ha vinto tanto non ci sono lavori al mondo che poi riescono a farti provare quelle stesse sensazioni. Come trasmetti questo insegnamento ai tuoi figli? Dico loro di inseguire solo obiettivi che siano raggiungibili. In questo percorso i social non ci aiutano: ti mostrano spesso solo il risvolto bello della medaglia e non tutto quello che c’è dietro, che dobbiamo invece spiegare noi genitori. Dall’infortunio come se ne esce? Con la concentrazione massima: nel momento in cui tutto si ferma, anche se tutto intorno a te va avanti, devi mantenerla alta. Devi recuperare fisicamente sapendo che non sarai più quello di prima e questo è mol to doloroso. Ma è proprio qui che viene fuori il carattere, la tenacia. Nel recupero dovrai migliorare rispetto al tuo prossimo avversario, che nel frattempo non ha vissuto quello che è accaduto a te. Non è semplice.
12 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE PROTAGONISTI Ti è mai capitato di saltare una porta? Sì, nella mia vita da sportivo è successo e sotto tutti i punti di vista: mi è capitato di non essere capace di cogliere l’attimo o di commettere errori. Nella vita personale o post atleta invece no. Anche se la vita di chi non è più un atleta è come laurearsi a 35 anni, quando ormai la carriera dovrebbe essere già stata impostata. Difficilissimo. Hai sempre amato lo sci? Assolutamente, ricordo spesso a chi me lo chiede che quando andavo a scuola, anche già all’asilo, guardavo fuori dalla finestra con la speranza che mio papà mi venisse a prendere per andare a sciare. Oggi insegno ai miei ospiti e ai miei collaboratori che la passione per la neve non è solo imparare a fare una curva. Questo è lo sport più bello del mondo: vai alla velocità che vuoi, fai le curve come vuoi e non hai nulla in mano, cellulare compreso. Altri sport che ti piacciono? Vado in moto e mi piace per equilibrio e destrezza. Nel libro racconti anche di com’eri da ragazzo. Da giovanissimo non ero affatto un campione: a tredici anni ero anche un po’ cicciottello. Mi sono dovuto formare man mano crescendo. Talento e tenacia non hanno lo stesso peso sulla bilancia, ci vuole più determinazione per fare la differenza e devi anche conquistare la fiducia di allenatori e società. Il talento non basta, anche se arrivi al momento giusto nel posto giusto. Se non ti alleni non ottieni i risultati. La motivazione è stata la chiave del mio reinventarmi, del mio continuo voler migliorare ogni giorno. Quali differenze vedi nei campioni di oggi? Lo sport avanza con tecniche, regole e discipline sempre nuove e un atleta deve sempre aggiornarsi e mantenere alto il focus. Noi avevamo poche distrazioni, senza i telefonini sempre in mano. Oggi gli atleti devono documentare ogni passo sui social. Eppure, una cosa non è cambiata: un campione che vuole fare la differenza gestisce la sua giornata senza usare troppo il telefono. Vedere le Olimpiadi sulle tue montagne che effetto fa? Sono molto fiero. Livigno è la mia città. I miei genitori si sono trasferiti qui dalla Svizzera quando avevo due anni. A me dà un’immensa soddisfazione aver vissuto le Olimpiadi prima da atleta, poi da commentatore e spettatore e oggi come addetto ai lavori a casa mia. Queste Olimpiadi sono state un’occasione unica per l’Italia. Se Torino è come è oggi, è perché vent’anni fa ci sono state le Olimpiadi, e così sarà per le mie montagne. Le quattro località sono state riunite in un contesto unico dove tutto è fruibile per il pubblico, senza disagi. A Livigno c’è stato un lavoro pazzesco. Da noi la legacy sarà tale, perché è stata stravolta come meta turistica, sfruttando al meglio questa grande occasione. Oggi poi ci sono più discipline rispetto a 20 anni fa e questo attira pubblico proveniente da vari paesi del mondo. La speranza è che questo pubblico torni, ma io non ho dubbi che sarà così. Parola di Giorgio Rocca.
Europa Benefits, da oltre 35 anni, si distingue nel mercato dei broker assicurativi realizzando e ottimizzando programmi aziendali su misura per la previdenza e l’assistenza di Dipendenti e Collaboratori di Financial Institutions, Aziende Commerciali e Industriali e Associazioni Professionali, intermediando circa € 164 milioni di premi. Ogni anno, centinaia di migliaia di persone contribuiscono a programmi di welfare complementare tramite fondi pensione e casse di assistenza sanitaria creati appositamente per loro da Europa Benefits; la Società ha infatti collaborato alla creazione di fondi pensione come Previbank, Fonchim, Previndai, Previambiente e, in ambito assistenziale, alla crescita di casse di assistenza quali Casdic e Previtalia. Dal 1988 ad oggi la Società ha dato tranquillità e protezione a milioni di lavoratori. Ai Clienti vengono fornite idee innovative per la progettazione ex novo e “chiavi in mano” di iniziative assistenziali e previdenziali, armonizzandole con quelle eventualmente già in essere nelle rispettive aziende, ottimizzandone le risorse ed allineandone tempestivamente la gestione ad ogni cambio di normativa. Le analisi e le proposte di Europa Benefits si traducono in sensibili risparmi, ottimi rapporti costi-benefici e un evidente efficientamento grazie all’applicazione di tutte le agevolazioni fiscali e contributive consentite, producendo un elevato grado di soddisfazione nelle relazioni con gli Enti aderenti contribuendo a un notevole benessere dei loro dipendenti e collaboratori. Nel 2018, agli Italy Protection Awards, si aggiudica per il quarto anno consecutivo il primo premio, distinguendosi come “Miglior Broker per la Sanità Integrativa”. In ambito previdenziale, dal 2015 è award winner nella categoria “Miglior Società di Consulenza e Intermediazione Assicurativa” al Pensioni & Welfare Awards Italia. Nel giugno 2016, Europa Benefits riceve, inoltre, il prestigioso premio Le Fonti e, nel 2018, lo stesso premio viene assegnato a Flavio Manuel Alazraki come CEO dell’anno nell’ambito del Welfare Aziendale. EUROPA BENEFITS s.r.l. - Corso Monforte 7, 20122 Milano - T. +39 0276000949 info@europabenefits.it - www.europabenefits.it Europa Benefits, da oltre 35 anni, si distingue nel mercato dei broker assicurativi realizzando e ottimizzando programmi aziendali su misura per la previdenza e l’assistenza di Dipendenti e Collaboratori di Financial Insti- , e Associazioni Professionali, intermediando oltre 200 milioni di premi. Ogni anno, centinaia di migliaia di persone contribuiscono a programmi di welfare complementare tramite fondi pensione e casse di assistenza sanitaria creati appositamente per loro da Europa Benefits; la Società ha infatti collaborato alla creazione di fondi pensione come Previbank, Fonchim, Previndai, Previambiente e, in ambito assistenziale, alla crescita di casse di assistenza quali Casdic e Previtalia. Dal 1988 ad oggi la Società ha dato tranquillità e protezione a milioni di lavoratori. Ai Clienti vengono fornite idee innovative per la progettazione ex novo e “chiavi in mano” di iniziative assistenziali e previdenziali, armonizzandole con quelle eventualmente già in essere nelle rispettive aziende, ottimiz- Le analisi e le proposte di Europa Benefits si traducono in sensibili risparmi, ottimi rapporti costi-benefici e un evidente efficientamento grazie all’applicazione di tutte le agevolazioni fiscali e contributive consentite, producendo un elevato grado di soddisfazione nelle relazioni con gli Enti aderenti contribuendo a un notevole benessere dei loro dipendenti e collaboratori. Nel 2018, agli Italy Protection Awards, si aggiudica per il quarto anno consecutivo il primo premio, distinguendosi come “Miglior Broker per la Sanità Integrativa”. In ambito previdenziale, dal 2015 è award winner nella categoria “Miglior Società di Consulenza e Intermediazione Assicurativa” al Pensioni & Welfare Awards Italia. Nel giugno 2016, Europa Benefits riceve inoltre il prestigioso premio Le Fonti e, nel 2018, lo stesso premio viene assegnato a Flavio Manuel Alazraki come CEO dell’anno nell’ambito del Welfare Aziendale.
14 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE Giacobazzi e la sua osteria di Mariangela Salvalaggio Classe 1963, il comico nato ad Alfonsine, in provincia di Ravenna, inizia il suo percorso artistico nei panni di un contadino romagnolo semianalfabeta che si diletta a comporre poesie. La svolta arriva dall’incontro con il comico Duilio Pizzocchi che lo accoglie come ospite fisso in uno show radiofonico in onda su diverse emittenti locali emiliane. Poi la TV, prima su Rai 2 nella sitcom Tisana BumBum e poi dal 2005 a Zelig. Una carriera che supera i vent’anni di palcoscenico, celebrati proprio con il ritorno a Zelig, in occasione del trentennale della traNoto per la sua capacità di raccontare la quotidianità con un tocco di comicità in salsa romagnola, il comico torna a teatro con Osteria Giacobazzi, portando in scena tutto il meglio del suo umorismo. smissione che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. In teatro lo ritroviamo invece per tutta la primavera con il suo “Osteria Giacobazzi”: sul palco una decina di tavoli, imbanditi con vino e vettovaglie, ospitano persone prese a caso tra il pubblico e sedute accanto ad artisti sempre diversi, passati a trovare l’oste, che è proprio lui, il comico romagnolo. Il risultato è uno show esplosivo, ogni sera unico e irripetibile, dove si alternano interviste, racconti, aneddoti di vita vissuta, performance e tante sorprese. “Dalla Romagna, Giuseppe Giacobazzi”. Bastano queste quattro parole per far partire un fragoroso applauso. Accade a Zelig, così come nei teatri italiani. Romagnolo doc, ma bolognese d’adozione, ha fatto del suo accento un marchio di fabbrica, portandolo in giro per tutta Italia con i suoi spettacoli. PROTAGONISTI Credit photo White Press Office
15 PLUS MAGAZINE | MARZO 2026 Qualche giorno prima di salire sul palco del Teatro Concordia di Venaria Reale, lo abbiamo intercettato al telefono per parlare della sua Osteria e non solo. Era a Bologna, dove vive. Sono impelagato nel traffico cittadino che è esattamente uguale a quello di Milano nonostante siamo in una città che è quattro ma anche cinque volte più piccola. Trenta, quaranta anni fa sì che Bologna era una città spettacolare. Nostalgia del passato? A noi anziani prende sovente il sopravvento dei ricordi. Se mi sentisse mia figlia riderebbe di me, ma ormai ne sono consapevole. Nella tua Osteria si torna a respirare proprio l’aria di quella Bologna, notturna e libera. Esatto, la Bologna delle osterie dove anche un romagnolo emigrato può ritrovarsi. Osteria Giacobazzi è per me un ritorno alle origini, all’Osteria dove virtualmente tutto è iniziato. Io ho fatto l’oste in tempi non sospetti, erano gli anni Ottanta. L’oste proprio a Bologna quindi ho vissuto quel clima e quei momenti quando chiunque poteva mettersi in gioco. Avevamo sempre pianoforte e chitarra a disposizione di chiunque avesse voglia di suonarle per cui riproporre quel clima mi è venuto naturale. Poi dopo tanti spettacoli in solitudine hai pensato di riunire un po’ di artisti insieme a te sul palco. Sono gli amici, quelli storici, con i quali abbiamo sempre fatto qualcosa e quindi di conseguenza è nata una simbiosi fantastica. Ci divertiamo un sacco in scena, anche perché non esiste un copione. La cucina ormai è diventata un must del nostro tempo. Siamo tutti chef quasi come una volta eravamo tutti allenatori. La ricetta che ci piace qui è solo la convivialità perché chiaramente non c’è modo di cucinare primi, secondi e quant’altro, però, c’è la pasticceria dolce, salata e vino che chiaramente in osteria non può mancare. Il bello è conversare mentre si mangia e si beve. E quindi riporti le conversazioni fatte a tavola che più ti hanno colpito? Anche quelle, certo. Come quel ragazzo che riesce a intortare, come si dice a Bologna, una ragazza per portarla in discoteca. Come ho detto più volte, non sono un battutista ma racconto cose che accadono davvero. Ti capita spesso di confrontare il presente con il passato, anche riferendoti ai tempi della scuola. Con lo studio come te la cavavi? Fino alla terza media ero bravissimo, sono uscito con distinto. Poi ho cominciato le suGIUSEPPE GIACOBAZZI
16 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE PROTAGONISTI periori e mi sono accorto che la matematica, avendo scelto geometra, non era proprio il mio forte. Nell’altro spettacolo raccontavo di quando ho preso un ‘ma’ e questo ti dice tutto. E quindi ho pensato bene che fosse il caso di lasciar stare e mi sono messo a lavorare. Credo che sia stata una scelta opportuna anche se devo dire la verità: non essermi diplomato, non avere un classico pezzo di carta, è il cruccio della mia vita. Tante volte ci siamo sentiti dire la famosa frase: “è intelligente ma non si applica”. Ecco tornassi indietro… Poi però nel lavoro ti sei applicato. Ho cominciato part time grazie a Duilio Pizzocchi, il mio mentore e maestro: di sera andavamo a fare spettacoli nei locali attorno a Bologna. Poi l’impegno è cresciuto ma, a un certo punto, mi sono sposato. Mia moglie mi ha detto: “Ti ricordi che abbiamo una casa da pagare!”. Così ho fatto il salto nel buio: avevo già 40 anni e a 40 anni l’uomo comincia ad avere questi spasmi mentali, azzarda cose che sono le ultime cose che puoi azzardare. Ed è andata bene, dopo tanta gavetta. Quindi consiglieresti a un giovane di fare il comico solo se… Solo se si è portati: te ne accorgi se hai un minimo di stile, un po’ di talento. Il talento nasce da sé, ma poi devi affinare il mestiere. Oggi ci sono tanti giovani che si mettono in gioco, c’è fermento, largo ai giovani! Nei tuoi spettacoli affronti ovviamente temi d’attualità sempre con leggerezza e anche le tue passioni. A quale non rinunceresti mai? La moto. Non rinuncerei mai anche alla musica e poi, mai e poi mai, alla mia famiglia: mia moglie e mia figlia sono la fonte maggiore di soddisfazione. Anche la radio però non l’abbandoni. È la mia prima e più grande passione artistica, chiamiamola così. Non avrei mai immaginato di iniziare diversamente e tuttora faccio ancora radio tutti i giorni, 10-12 minuti assieme al Pistocchi su Radio Italia Anni ‘60. Bisogna avere il tempo per un impegno quotidiano. La tecnologia qui viene in soccorso anche per noi boomer: possiamo permetterci di registrare il programma, ognuno a casa propria, anche con un telefono. E in TV ti vedremo ancora? Tornerà forse Il pedone su Nove Comedy Club. Penso che lo riproporranno e poi mi hanno assoldato per altre puntate di Only Fun che ricomincerà. È un programma abbastanza fresco e giovane, non so perchè mi chiamano a farlo (ride). Stai scrivendo nuove storie? Sto rileggendo appunti presi in passato. Sto cercando di svuotare casa per ristrutturarla e quindi riprendo in mano tutti i miei scritti. Allora sai quando vuoi buttare via un po’ di roba e poi, in realtà, butti via pochissimo perché non si sa mai. Dopo l’Osteria chissà che non venga alla luce un altro spettacolo. Il nostro magazine viene letto prevalentemente da quelli che lavorano in banca, per questo talvolta ci diverte chiedere: sei più cicala o più formica? Sono sincero, sono più formica. Poi quando esco non sto a guardare i 10 euro in più, non ho mai rimpianto i soldi che ho speso per fare una vacanza, però, ho messo da parte tanti soldini per ristrutturare casa, anche mettendoli sotto al materasso. Ecco non diciamo proprio così, sennò chi lavora in banca… Eh già, sì sì, (ride) li ho messi anche in banca.
18 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE Negli ultimi anni l’età di accesso alle tecnologie digitali si è progressivamente abbassata. Oggi, per la maggior parte dei bambini e ragazzi della nuova generazione Alfa, tra gli 8 ed i 16 anni, l’utilizzo di internet, dello smartphone e delle applicazioni mobili non rappresenta una novità, ma una componente strutturale della quotidianità. Comunicazione, intrattenimento, apprendimento e socializzazione passano sempre più spesso attraverso uno schermo, rendendo necessario un approccio consapevole e informato sul tema. Smartphone: il primo vero computer personale Lo smartphone è diventato il primo dispositivo tecnologico con cui i bambini anche in tenerissima età vengono in contatto. A differenza del computer di casa o del tablet condiviso, il telefono accompagna il minore ovunque, garantendo un accesso continuo alla rete. Dal punto di vista tecnologico, questo significa esposizione costante a notifiche, flussi informativi e video di ogni genere. Lo smartphone è diventato un hub di servizi digitali non un semplice strumento di comunicazione, un oggetto che tra l’altro apprende le abitudini dell’utente. Per un minore, ciò Nativi digitali, una generazione da proteggere comporta benefici in termini di facilità d’uso e personalizzazione, ma anche rischi legati alla dipendenza, alla distrazione continua e alla difficoltà di autoregolazione. Le app e i social network Le applicazioni più utilizzate dai ragazzi includono piattaforme di messaggistica, social network, servizi di video sharing, giochi online e app educative. Dal punto di vista tecnologico, molte di queste app utilizzano meccanismi di coinvolgimento avanzati: notifiche push, ricompense variabili, avvio automatico dei contenuti, sistemi di like competitivi e “meritocratici”. Questi strumenti, sebbene efficaci nel mantenere alta l’attenzione, possono incidere sulla capacità di concentrazione e sulla percezione del tempo. Nei più giovani, il cervello è ancora in fase di sviluppo e risulta particolarmente sensibile agli stimoli rapidi e ripetitivi tipici dell’ambiente digitale. La tecnologia, quindi, non è neutra: il design delle piattaforme influenza in modo diretto il comportamento. L’evoluzione di Internet Internet rappresenta una risorsa straordinaria per l’accesso alla conoscenza da parte di Pietro Gentile TECNOFUTURO
19 PLUS MAGAZINE | MARZO 2026 perché certe app risultano così attraenti e quali logiche economiche le sostengono, permette agli adulti di svolgere un ruolo attivo e credibile. Le istituzioni stanno iniziando ad essere consapevoli Negli ultimi mesi il dibattito internazionale sull’uso dei social media da parte dei minorenni ha fatto un salto di qualità: sempre più governi stanno discutendo leggi non solo per filtrare i contenuti inappropriati o limitare il tempo di utilizzo, ma per interdire l’accesso a determinate piattaforme sotto una certa età. Le discussioni più avanzate ad oggi riguardano Australia e Regno Unito, due Paesi che hanno adottato o stanno valutando misure radicali per proteggere la fascia fino ai 16 anni dai potenziali danni della rete. L’Australia ha fatto notizia nei mesi scorsi approvando una legge che obbliga le piattaforme social a impedire ai minori di 16 anni di avere un account su servizi come TikTok, Instagram, Snapchat, Facebook, X, Reddit, Twitch e YouTube. La normativa prevede che dal gennaio 2026, i social network non possono più permettere a minori di 16 anni di creare o mantenere un account. Chi non si adegua rischia multe fino a 50 milioni di dollari australiani. È importante notare che la legge non vieta completamente la navigazione su questi siti: i minori possono ancora vedere contenuti pubblici senza login, ma senza account non avranno timeline personalizzate, social feed, like o chat. La tecnologia di verifica dell’età per ora però non è perfetta: i sistemi di riconoscimento facciale o dei documenti d’identità possono commettere errori o essere aggirati, e alcuni minori già usano “trucchetti” come falsi dati o VPN per sembrare maggiorenni. C’è inoltre il pericolo che vietare l’accesso favorisca il passaggio verso servizi ancora meno regolati. Nel Regno Unito la situazione è in rapida evoluzione: il governo UK, alla data dell’articolo, non ha ancora approvato un divieto formale, ma sta valutando seriamente un modello simile a quello australiano. Nelle ultime settimane vari media internazionali riportano che l’esecutivo stia esplorando un divieto di social media per minori di 16 anni. Anche in Italia la questione inizia ad essere discussa. dei giovani e dei più piccoli. Tutorial, corsi online, strumenti collaborativi e contenuti educativi permettono ai più piccoli di sviluppare competenze digitali, creative e critiche. In ambito scolastico, l’integrazione tra didattica tradizionale e strumenti digitali è ormai una realtà consolidata. Parallelamente, però, la rete espone i ragazzi a rischi concreti: contenuti inappropriati, disinformazione, cyberbullismo, violazioni della privacy e contatti indesiderati. Dal punto di vista tecnologico, i sistemi di parental control esistono, ma non sono infallibili e a volte difficili da configurare. Gli algoritmi di moderazione dei contenuti, basati su Intelligenza Artificiale, faticano ancora a interpretare correttamente il contesto e le sfumature del linguaggio. Dati personali e identità digitale Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la gestione dei dati personali e della privacy. Ogni interazione online genera informazioni: posizione, preferenze, cronologia, relazioni sociali. I minori, per definizione, hanno una consapevolezza limitata del valore dei dati e delle implicazioni a lungo termine della loro condivisione. La costruzione dell’identità digitale inizia sempre prima e avviene spesso senza una reale comprensione dei meccanismi di profilazione. Le piattaforme raccolgono dati a fini commerciali creando profili che possono influenzare contenuti suggeriti, pubblicità e persino opportunità future. Educare i ragazzi alla cittadinanza digitale significa anche spiegare come funzionano questi sistemi invisibili. Il ruolo degli adulti per una tecnologia responsabile Genitori ed educatori si trovano di fronte a una sfida complessa: accompagnare i minori nell’uso delle tecnologie senza demonizzarle né subirle passivamente. Come già accennato, dal punto di vista tecnologico, oggi esistono strumenti di controllo del tempo di utilizzo, monitoraggio delle app e gestione dei contenuti, integrati direttamente nei sistemi operativi. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta. È fondamentale affiancare alle soluzioni tecniche un dialogo costante, basato sulla fiducia e sull’educazione critica. Comprendere come funzionano le piattaforme: chiedersi NATIVI DIGITALI
20 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE co, ma anche famiglie, scuole, istituzioni e imprese tecnologiche. Tra le attività dell’Osservatorio sono previste ricerche, workshop, convegni e tavole rotonde che coinvolgeranno esperti di pedagogia, psicologia, tecnologia e policy. L’intento è quello di costruire una base di conoscenza solida e aggiornata sulle dinamiche emergenti, per orientare decisioni informate su temi quali cyberbullismo, dipendenza da schermi, educazione digitale e ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella vita dei più giovani. La ricerca di un equilibrio tra mondo digitale e mondo reale L’utilizzo di internet, smartphone e app da parte dei minori non è certamente un fenomeno temporaneo, ma un aspetto che porterà ad una trasformazione strutturale della società. Il vero obiettivo non è limitare l’accesso alla tecnologia, bensì promuoverne un uso equilibrato, consapevole e sicuro. In un contesto sempre più digitale, la competenza tecnologica diventa una forma di alfabetizzazione essenziale. Uno dei problemi più evidenti con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale è la difficoltà di distinguere tra la realtà e la simulazione. Tra il vero ed il falso. Sarà questa la vera sfida delle future generazioni. Il Politecnico di Milano ha inaugurato un’importante nuova iniziativa di ricerca e analisi dedicata alla relazione tra i minori e il mondo digitale: l’Osservatorio Digital for Kids & Teens. Si tratta di un progetto che nasce dall’esperienza consolidata degli Osservatori Digital Innovation della School of Management dell’Ateneo milanese, una rete di oltre 50 osservatori tematici che da anni monitorano le trasformazioni indotte dal digitale in vari ambiti della società, dell’economia e della tecnologia. Il nuovo osservatorio si pone l’obiettivo di analizzare in profondità opportunità e rischi associati all’uso delle tecnologie digitali da parte di bambini e adolescenti, un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico e nelle politiche educative. Con l’aumento dell’accesso a smartphone, piattaforme social, strumenti di Intelligenza Artificiale e contenuti digitali, cresce infatti anche la complessità delle esperienze digitali dei più giovani, con implicazioni che toccano salute, benessere, apprendimento, socializzazione e sicurezza online. Il lancio dell’Osservatorio, presentato in un consesso in cui esperti di settore hanno condiviso riflessioni e dati preliminari e nel quale abbiamo avuto l’onore di essere invitati, ha posto l’accento sulla necessità di un approccio multidisciplinare e collaborativo che coinvolga non solo il mondo accademiTECNOFUTURO
22 MARZO 2026 | PLUS MAGAZINE BARBARA ODETTO A colazione con occola golosa, dolce pausa tra la calma della notte e la frenesia del giorno: la colazione, secondo me. Il momento migliore per due chiacchiere rilassate con Alessandro De Rienzo. C Romano DOC, Alessandro De Rienzo ha frequentato le scuole private cattoliche e si è laureato in filosofia con il massimo dei voti alla Pontificia Università Lateranense. Dopo aver conseguito un Master in Cerimoniale con Massimo Sgrelli, capo del Dipartimento del Cerimoniale di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel 2013 è diventato Consigliere Pontificio. Dal 2013 al 2019 è stato Sediario di sovrannumero, una carica nobiliare all’interno della Città del Vaticano, e Patrizio dell’Urbe al di fuori del Vaticano. È inoltre Cavaliere di San Silvestro e Cavaliere dell’Ordine di Malta. Da sempre sensibile nei confronti dei più deboli, in particolare dei bambini e dei ragazzi, è il fondatore di gLOVEs. Come è nato il progetto? Tutto parte dai guanti che hanno trasportato le bare di Papa Francesco e Papa Benedetto XVI. Questi accessori sono il simbolo dell’amore che il Santo Padre ha avuto nei confronti dei fedeli e noi siamo il suo tramite, i suoi portatori. Ho sempre avuto un’attitudine verso il prossimo. Alessandro in greco significa protettore degli uomini e io, sin da bambino, ho aiutato i più svantaggiati. Con la nascita di Enea, mio figlio che oggi ha 3 anni, ho capito ulteriormente quanto sia importante proteggere i più piccoli perché sono davvero indifesi. Che cos’è gLOVEs e quali sono i suoi obiettivi? L’associazione, senza fini di lucro, ha per main goal la costruzione di villaggi in paesi disagiati così da offrire ai bimbi la possibilità di studiare e formarsi, praticare sport, socializzare. Un altro obiettivo è dare un volto nuovo alla solidarietà slegandola dall’idea vetusta del piccolo fundraising e coinvolgendo i giovani in modo da far scoprire loro la bellezza di sostenere l’altro. L’aiuto verso il prossimo è la prima forma di investimento che possono fare perché li forma come persone. Dove state portando il vostro supporto? Stiamo lavorando in Indonesia perché la popolazione è pronta ad accoglierci e la situazione è critica. In quel Paese c’è un forte dualismo tra il lusso estremo e la grande povertà. In Italia, invece, stiamo aiutando orfanotrofi, carceri minorili e ospedali. La Onlus ha visto il suo esordio lo scorso novembre. In quale occasione? Il 19 novembre 2025 una delegazione di bimbi ucraini, palestinesi e indonesiani ha partecipato all’udienza generale con il Santo Padre che si è tenuta in piazza San Pietro. Questi bambini hanno un passato tragico, di guerra, e alcuni non hanno più rivisto le loro famiglie. A dimostrazione di quanto amore si possa dare, il gruppo di 12 piccoli ucraini è stato adottato da una loro connazionale. La colazione per lei è…? Un momento fugace perché ho poco tempo. Mi sveglio presto e vado subito al lavoro dove consumo proteine e avena in polvere. Una colazione sana e funzionale all’attività sportiva, che pratico regolarmente. OSPITI
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