64 GIUGNO 2026 | PLUS MAGAZINE di Barbara Oggero MAPPAMONDO L’alba a Varanasi è un chiarore lattiginoso sospeso sopra il fluire del Gange. Una linea rosa separa il cielo dal fiume e il rumore lieve dei remi inizia a incidere l’acqua. La sua superficie riflette tutto: le cupole dei templi, i fili elettrici aggrovigliati, le offerte di fiori che galleggiano come piccole costellazioni arancioni. Sulle sponde scorrono i ghat - le grandi scalinate che scendono al fiume - dove si affacciano sagome avvolte in scialli, uomini in silenzio con le mani giunte, ragazzi che ridono mentre si spogliano per il bagno rituale. In lontananza un altoparlante gracchia un mantra; più vicino, il suono sordo di un tamburo. L’aria ha l’odore dolciastro del burro chiarificato e quello acre della legna che brucia. Più a sud, sulle piattaforme di pietra, le pire funerarie sono sempre attive. Un corpo avvolto in un tessuto arancione viene deposto con delicatezza sulla catasta di legna. Le fiamme iniziano a sussurrare, poi diventano lingua di fuoco e lo divorano. Intorno, nessuno piange ad alta voce perché qui la morte è intesa come una soglia e non come un’interruzione. Chi muore a Varanasi, sulle rive del sacro fiume indiano, si considera fortunato: secondo la tradizione in questo luogo ci si libera dal ciclo delle rinascite. Il punto di arrivo e anche di partenza. Sulle rive dell’Eterno: viaggio lungo il Gange
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