68 GIUGNO 2026 | PLUS MAGAZINE MAPPAMONDO Prima ancora che il sole sorga, la città è già sveglia. Scendere verso il Gange all’alba significa assistere a uno spettacolo silenzioso e potente. Dal Dashashwamedh Ghat partono piccole barche di legno che scivolano sull’acqua lattiginosa e lo attraversano lente. Dal fiume si osserva la città tingersi lentamente di rosa e arancio. Uomini avvolti in dhoti bianchi si immergono nelle acque sacre, donne in sari colorati riempiono brocche di ottone, studenti di yoga meditano rivolti al sole nascente. Il Gange è specchio e purificazione, rito quotidiano e promessa di liberazione. Ma Varanasi è la città dove morire ha un significato unico e il suo cuore sono le cremazioni. La comunità dei dom è incaricata tradizionalmente di gestirle. Sono loro ad alimentare il fuoco che, dicono, è acceso da secoli. La notte, le fiamme illuminano i volti di chi veglia. Il legno scoppietta, le scintille salgono nel buio come anime in miniatura. Poco distante, il Manikarnika Ghat arde senza sosta: è il principale crematorio della città. Ovunque il fumo si alza lento verso il cielo, mentre i familiari dei defunti compiono i rituali con compostezza e dolorosa accettazione. Per un viaggiatore occidentale può essere un’esperienza destabilizzante, ma qui la morte è parte integrante del paesaggio urbano e spirituale. Al tramonto si torna al Dashashwamedh Ghat per il Ganga Aarti serale. Giovani sacerdoti in abiti color crema sollevano grandi lampade infuocate in movimenti sincronizzati, mentre la folla canta mantra e filma con i telefoni. Il fuoco danza sopra l’acqua scura e centinaia di piccole candele galleggianti scivolano via con la corrente. Il sacro ghat di Manikarnika a Varanasi
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