43 PLUS MAGAZINE | SETTEMBRE 2026 AON za Artificiale. Questo disallineamento rappresenta una delle principali criticità evidenziate dalla ricerca. Il quadro italiano L’Italia segue le tendenze internazionali, pur presentando alcune peculiarità. Secondo lo studio, il 33% delle imprese italiane ha già implementato soluzioni di Intelligenza Artificiale, una percentuale inferiore rispetto alla media globale del 44%. Il dato suggerisce che il mercato nazionale si trovi ancora in una fase di consolidamento, evidenziando anche l’esistenza di importanti opportunità di sviluppo. Le organizzazioni che sapranno investire con tempestività nella formazione e nell’evoluzione dei propri modelli operativi potrebbero infatti ottenere vantaggi competitivi significativi. La percezione dell’impatto dell’AI è comunque molto diffusa. L’83% delle aziende italiane ritiene che questa tecnologia creerà nuove opportunità e richiederà nuove competenze professionali, mentre il 30% prevede effetti rilevanti sull’evoluzione di alcuni ruoli lavorativi. Allo stesso tempo, emerge una sfida importante sul fronte della preparazione delle persone: quasi un quarto della forza lavoro italiana non ha partecipato ad alcuna iniziativa formativa collegata all’Intelligenza Artificiale negli ultimi dodici mesi. Un dato che evidenzia il rischio di creare un divario tra la velocità dell’innovazione tecnologica e la capacità delle persone di utilizzarla in modo consapevole ed efficace. Automazione e competenze: un equilibrio da costruire Lo studio evidenzia come molte imprese stiano concentrando l’attenzione soprattutto sui benefici operativi dell’AI. A livello globale, l’80% delle organizzazioni individua nell’automazione delle attività ripetitive uno degli obiettivi principali dell’adozione di queste tecnologie. L’automazione può certamente generare efficienza, liberare tempo e migliorare la produttività. Tuttavia, i risultati della ricerca mostrano che gli investimenti nelle competenze non stanno procedendo con la stessa velocità. Solo il 35% delle aziende considera infatti prioritari programmi strutturati di upskilling e reskilling. Si tratta di una scelta che potrebbe rivelarsi limitante nel medio e lungo periodo. L’84% dei datori di lavoro ritiene infatti che le capacità umane acquisteranno un’importanza ancora maggiore con l’aumentare dei livelli di automazione. Parallelamente, il 37% dei leader aziendali identifica nei futuri gap di competenze una delle principali criticità da affrontare nei prossimi cinque-dieci anni.
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